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venerdì 18 giugno 2010

Battaglia di Anghiari

Battaglia

di 

Anghiari


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Dopo la caduta dei Medici a Firenze, la Repubblica costruisce fra il 1494 e il 1498 la Sala del Gran Consiglio.

La realizzazione della parte pittorica viene affidata ai due maggiori pittori dell’epoca: Leonardo da Vinci e il giovane Michelangelo.

Leonardo ha l’incarico di raffigurare la gloriosa vittoria dei fiorentini sui milanesi avvenuta ad Anghiari nel 1440, mentre Michelangelo dovrà rappresentare la sconfitta dei pisani avvenuta a Cascina nel 1364. Nessuno dei due porterà a compimento il lavoro.

Leonardo non utilizza la tecnica tradizionale dell’affresco per eseguire la rappresentazione, ma una specie di pittura ad encausto da essiccare a caldo,ricavata da Plinio, che gli procura molti problemi tecnici. Quando il maestro lascia Firenze per raggiungere Milano, ha dipinto solo la parte centrale della composizione.

Non c’e’ traccia oggi dell’opera incompiuta del grande artista,andata persa, ma si ipotizza che Giorgio Vasari,al quale fu commissionata successivamente la ristrutturazione della sala,abbia creato una intercapedine nel muro appositamente per nascondere e proteggere il lavoro di Leonardo.



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la caccia al 

capolavoro :

di

Maurizio

Seracini



 29 novembre 2007


C'è dentro tutto. Il senso della sfida, la storia, la leggenda e il genio. Una sfida che si gioca sul campo dell'intelletto, della tecnologia e della tenacia, cocciutaggine verrebbe da dire, di uno come l'ingegner Maurizio Seracini, che da quasi 30 anni insegue l'idea stessa di indagare su una pittura muraria scomparsa, quella Battaglia di Anghiari che Leonardo dipinse a Firenze, su una delle pareti del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. E che nel 1563 fu ricoperta, o almeno quello che ne restava, se ne restava, dagli affreschi con cui Giorgio Vasari decorava un Palazzo Vecchio piegato alle esigenze del primo fra i Medici che osò farsi Granduca, Cosimo I. Ma, al di là di tutto questo, c'è già il risultato concreto dell'acquisizione di un nuovo strumento a neutroni, assolutamente all'avanguardia, per la tutela del nostro patrimonio culturale. Una macchina portatile, posizionabile direttamente in loco, per ogni futuro tipo di indagini analoghe, totalmente non invasive, che conoscerà un debutto stellare, su quella parete est del Salone dei Cinquecento, alla ricerca del Leonardo perduto e di quella "Scuola del mondo" che la tirannia medicea ha cancellato. E che, particolare di non poco conto, non costerà un soldo alle finanze pubbliche, visto che l'ingente investimento di oltre un milione di euro sarà interamente coperto da sponsor privati. La storia inizia a Firenze negli anni gloriosi della Repubblica fiorentina di Pier Soderini. La storia si chiuderà, o si arricchirà di un capitolo decisivo, in quella stessa Firenze fra un anno preciso. La caccia al capolavoro scomparso si è ufficialmente aperta il mese scorso, quando il ministro dei beni culturali Francesco Rutelli ha dato il via alla parte operativa.

"La scuola del mondo", la definì Benvenuto Cellini, per quanto avrebbe dovuto insegnare agli artisti a venire. "La scuola del mondo" era quella che celebrava la ritrovata Repubblica fiorentina, nella breve stagione, dal 1502 al 1512, della cacciata dei Medici. Buon profeta il Cellini, perché "La scuola del mondo" significò probabilmente la più fervida stagione nella storia dell'arte dell'umanità. La Repubblica fiorentina voleva celebrare se stessa dentro e fuori i luoghi propri del potere (infatti il simbolo più celebre che ci è stato tramandato è quel David michelangiolesco piantato in faccia a Palazzo Vecchio, a tutt'oggi sede dell'amministrazione cittadina). E proprio dentro a quel Palazzo, nella Sala del Gran Consiglio (ora Salone dei Cinquecento), affidò ai suoi artisti più grandi, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, il compito di affrescare due gloriosi episodi della storia fiorentina, la Battaglia di Anghiari e quella di Campaldino. Due pitture di grandi dimensioni, alte sette metri, larghe 17. Le diverse inquietudini dei due geni impediranno il buon esito dell'impresa. Di Michelangelo ci resta il cartone preparatorio, il lavoro non fu compiuto per la chiamata a Roma dell'artista. Leonardo invece lavorò alacremente al suo progetto. Non solo in fase di studi preparatori, come bellissimi e celeberrimi disegni attestano. Ci lavorò un anno intero, con ben sei assistenti, all'interno della Sala di Palazzo Vecchio. Ma, instancabile sperimentatore, lo testimonia l'Anonimo Gaddiano, non riuscì a far asciugare con la necessaria rapidità i pigmenti che aveva utilizzato con una tecnica simile a quella dell'encausto e si ritrovò, nella parte superiore dell'opera, coi colori che colavano. Ma, nonostante l'incidente, la pittura muraria era ben visibile, e celebrata, dai contemporanei. «Non solo – sottolinea Seracini – veniva considerata come la più importante committenza avuta da Leonardo e come uno dei lavori più importanti dell'intero Rinascimento»

Noi abbiamo memoria della parte centrale grazie a un disegno di anonimo, che spesso viene ascritto a Rubens, che invece solo lo colorò (come avrebbe potuto Rubens nel 1600 vedere un dipinto coperto nel 1563?). E abbiamo anche testimonianza dalle fonti, il già citato Cellini, ma anche Benedetto Varchi, o Anton Francesco Doni che, nel 1549, scrive ad un amico: "E entrato in Palazzo . . . e salito le scale della Sala Grande, diligentemente date una vista a un gruppo di cavalli e d'uomini, che vi parrà una cosa miracolosa."
Quando Cosimo I fece di Palazzo Vecchio la sua reggia e volle ristrutturare la Sala del Gran Consiglio a immagine del proprio potere, non poteva certo restare nel salone di rappresentanza un ciclo iconografico che celebrava la vittoria di un esercito repubblicano contro un'oligarchia, quella viscontea. Vasari, grande architetto, ma anche grande ammiratore dell'arte di Leonardo, come si sarà comportato? Cosa c'era allora su quella parete? Cosa può essere rimasto?

Fu Carlo Pedretti che negli anni '70 mise la pulce nell'orecchio a Seracini: «Era stato il mio professore di storia dell'arte all'Università della California e, sapendo che io mi occupavo di studi ingegneristici, mi chiese se era preconizzabile un qualche strumento per verificare l'ipotesi che lui aveva avanzato nel 1968, che sotto gli affreschi del Vasari potesse conservarsi qualcosa dell'opera di Leonardo» Va detto che c'è un illustrissimo precedente, perché Vasari coprì nel 1570 la Trinità che Masaccio aveva affrescato in Santa Maria Novella con una parete di mattoni a cui, per tutelare la pittura, frappose un'intercapedine di un centimetro (la Trinità fu riportata in luce nel 1860).
Ed è qui che l'indagine si fa intrigante. Perché la coerenza fra strumenti e documenti ha portato prima all'individuazione della collocazione di massima che doveva avere la pittura leonardesca, poi alla scoperta di una discontinuità, proprio in quella zona, associabile all'esistenza di una piccola intercapedine di un paio di centimetri. «Vasari non poté certo buttare giù 60 metri di intonaci che già esistevano sulla parete – riflette Seracini- . Quindi avrà fatto come si fa spesso tuttora, avrà costruito un nuovo muro. E proprio dove c'è la discontinuità che abbiamo rilevato, vergò su una bandiera due parole: Cerca, trova»

Così, al di là del rigore assolutamente scientifico dell'indagine, non si può negare che gli elementi della suspence ci siano tutti. Adesso la ricerca si svilupperà attraverso quattro campi coordinati, da quello archivistico per cercare di documentare i materiali pittorici utilizzati da Leonardo, al cosiddetto 'quadrettato', con simulazione dei colori e dei pigmenti leonardeschi, che verrà realizzato dall'Opificio delle Pietre Dure. Su questa base Seracini e il suo team tareranno presso l'Università di San Diego il nuovo macchinario diagnostico a tecnologia nucleare. Nel frattempo il dipartimento di Elettronica dell'Università di Firenze definirà la posizione originale e la struttura delle pareti del Salone dei Cinquecento, attraverso una nuova tecnologia georadar che 'legge' i vuoti. Da pochissimi giorni, in Palazzo Vecchio, il team dell'ingegner Seracini sta sottoponendo a scansione tramite apparecchio laser la Sala degli elementi. Stessa metodica sarà applicata al Salone dei Cinquecento e a molti altri ambienti di Palazzo Vecchio, per costruire un modello matematico tridimensionale che fungerà da base di appoggio su cui riferire i dati di tutte le indagini che saranno effettuate. Poi, dal luglio 2008, prenderà il via l'esame per attivazione neutronica, al fine di rintracciare anche la minima presenza di uno dei materiali usati da Leonardo. Ma, qualunque sia il risultato, Seracini avrà già vinto la sua battaglia: «Perché questa ricerca può mettere a punto tecnologie e metodologie nuove, e dimostrare in maniera incontrovertibile quanto al giorno d'oggi abbiamo bisogno della scienza per tutelare il nostro patrimonio culturale. Così come abbiamo bisogno di una nuova figura di scienziato con forte formazione umanistica, per non lasciare soli nella sfida storici dell'arte e restauratori.»




ARTICOLO DI : Valeria Ronzani


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2 commenti:

  1. Il sottoscritto prof. Ernesto Solari (da vari anni studioso e ricercatore dell’opera Vinciana) dopo aver esaminato il dipinto di Palazzo Vecchio ed in particolare la scritta, oggi quanto mai discussa, “CERCA TROVA”, intende si confermare l’ipotesi del Prof. Seracini secondo cui Vasari nascose la Battaglia di Anghiari di Leonardo sotto la superficie pittorica di una delle sue battaglie ma dimostrare come sia possibile dare una diversa collocazione al dipinto di Leonardo rispetto a quella ipotizzata dall’Ing. Seracini grazie al ritrovamento da parte sua di una chiave di lettura che applicata ad alcuni scritti dello stesso Vasari consentiranno di ritrovare il punto esatto dove sarebbe collocata la parte del dipinto leonardesco celata dallo stesso Vasari.
    Grazie a questi nuovi indizi e citazioni che lo stesso Vasari ci ha comunicato sarebbe oggi possibile ritrovare con minor spreco di tempo e danaro i resti del grande fallimento pittorico di Leonardo

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  2. GRAZIE PER IL COMMENTO ED IL LAVORO SVOLTO ,,,

    RispondiElimina

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